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Il progetto “over the sea”, raccoglie storie e ritratti di mamme e bambini che provengono da paesi in guerra o da situazioni estremamente difficili; la maggior parte proviene dall’Africa centrale, in particolare dalla Nigeria, un paese molto grande dove all’interno sono presenti culture diverse e dove esiste la dittatura di Boko Haram; qui molte donne di religioni e etnie differenti vengono uccise o rapite e molte, tra coloro che riescono a fuggire, restano vittime della tratta della prostituzione o del traffico di organi. Ogni volta che una di queste donne affida la propria storia, è molto dura accoglierla lasciando ogni tipo di giudizio sospeso. Ci sono donne che vivono sotto gli alberi e vengo- no scelte con la promessa di un buon lavoro nel paese più vicino e di un futuro migliore per loro e per i figli, non sapendo che accettando quel tipo di proposta le porterebbe verso un traffico illegale di esseri umani senza possibilità di ritorno. Molte di loro diventano vittime di tratta durante il percorso e con il denaro per il viaggio, riescono ad arrivare solo fino a un certo punto per poi ritrovarsi trattenute in queste città di smistamento dove spesso, si lasciano convincere dalla promessa di un lavoro non appena arrivate al paese più vicino. Ma non sarà così. Una delle testimonianze emotivamente più forti, è il racconto di una delle donne accolte nella struttura che ricorda di quando, dopo aver attraversato il deserto a bordo di una Jeep sovraccaricata di persone, si sono ritrovati senza né acqua né cibo e solo dopo settimane si sono fermati ad un pozzo con all’interno cadaveri e acqua putrida ma costretti a bere per non morire disidratati. Molte mamme sono arrivate in struttura in stato di gravidanza e con percorsi terribili e violenti, le stesse madri che in Libia, raccontano di aver visto ragazze che partorivano figli senza vita e quanto queste, non comprendessero il fatto di non poterli seppellire. In struttura è presente un bambino nato in acque libiche e sopravvissuto al viaggio; la referente del centro accoglienza mi ha raccontato di come sono riusciti a capire i suoi traumi attraverso i disegni e con l’aiuto di sua madre: “Lui mi ha insegnato che dalle uova non nascono solo i pulcini ma possono nascere anche dei serpenti; mentre io avevo visto nascere un pulcino, lui aveva visto nascere un serpente.” Per quanto riguarda il percorso scolastico che fanno qui in Italia, i bambini frequentano l’asilo dopo un regolare processo burocratico proseguendo poi al normale percorso didattico, mentre alle madri che hanno un livello di scolarizzazione molto basso, viene insegnato a scrivere inizialmente il proprio nome; un tempo con i registri firmati ogni giorno vedevano come cambiava il loro nome, da principio era una linea poi una X e a poco a poco si trasformava in lettere ed infine una firma per come la intendiamo noi. Era meraviglioso vederle fiere di questa piccola grande cosa; quando le responsabili controllavano se erano tutte presenti in struttura, le mamme facevano notare con soddisfazione che avevano scritto il loro nome. Le donne arrivano al Centro accoglienza sono convinte di trovare finalmente la tranquillità e stabilità da sempre desiderate e di avere raggiunto una sicurezza a lungo termine.

In realtà il progetto accoglienza permette a loro un aiuto iniziale, solo alcune riescono a comprendere che si tratta di una situazione momentanea; una volta uscite dal program- ma, studiano per avere la possibilità di un’occupazione lavorativa mentre alcune di loro avendo ancora i figli nel paese di origine, hanno urgenza di lavorare fin da subito per poter garantire loro un futuro. Nel loro paese la priorità è lottare per sopravvivere ogni giorno e non si pongono problemi di burocrazie poiché si ritrovano in una società di un paese diverso dal loro con regole e meccanismi differenti. Attualmente vivono bene nella struttura di riferimento perché vengono trattate con dignità e umanità; anche se alcune, vorrebbero già lavorare come infermiere o come OSS ed equiparare i loro studi per dare una mano e poter ripagare così il debito con lo stato. Ho avuto modo di parlare con donne che sono arrivate fin qui per fuggire dal proprio paese e che non avevano come obiettivo iniziale quello di arrivare in Italia; cercavano solo un posto dove poter restare in vita e rimanere al sicuro; lontano da gruppi ribelli al margine della società, che tengono sotto controllo le autorità e lottano per avere nor- me e leggi proprie. Ci sono state donne sposate con uomini mafiosi che vivevano nel lusso ma sentivano cose che non volevano più sentire e alla fine cercavano di sentirle bene per poter denunciare: “Con lui avevo gioielli, una bella casa e vestiti di classe; ogni cosa che una donna desidera no? ma vivere con un mafioso era come avere una cassa da morto davanti per tutto il tempo, perché quell’organizzazione può distruggere tuo marito, te e i tuoi figli. Adesso se ripenso al mio passato da spetta- trice, ti dico che non mi interessa quella ricchezza e quello sfarzo macchiati di san- gue, io sono fuggita da tutto questo; voglio solo avere la possibilità di riavere i miei figli e restare in vita. Nel mio paese sono in molti che vogliono guadagnare le cose facilmente; non vogliono studiare, non vogliono un lavoro vero e onesto. Quando qualcuno si presenta con una grossa somma di denaro e ti chiede di fare qualsiasi cosa, tu lo fai perché sei troppo pigro per creare qualcosa di giusto e importate per la tua vita, lo fai e poi ovviamente diventa un’ abitudine. Con quei soldi costruisci una casa, prendi una macchina e apri delle attività ma è tutto non meritato e ille- gale. Nel vostro paese “bravo” è un cittadino onesto e giusto, chi si comporta bene e fa il proprio dovere, mentre nel mio paese quando dici “bravo” a una persona è per dirgli che è indomabile e ha sangue freddo, che è senza scrupoli e se gli chiedi di fare qualsiasi cosa, non esita neanche un momento. Ti faccio questo esempio per dirti che io non amo la vita facile, a me piace lavorare. Quando sono arrivata in Italia ho trovato persone che mi hanno detto di quanto sono bella e che avrei potuto fare la prostituta ma non era la vita che volevo; io non sono nata per questo. Non so cosa mi accadrà dopo la risposta del tribunale, mi sento un po’ come una bambina che qualcuno prenderà in custodia e magari se ne prenderà cura.”

Il progetto “over the sea”, raccoglie storie e ritratti di mamme e bambini che provengono da paesi in guerra o da situazioni estremamente difficili; la maggior parte proviene dall’Africa centrale, in particolare dalla Nigeria, un paese molto grande dove all’interno sono presenti culture diverse e dove esiste la dittatura di Boko Haram; qui molte donne di religioni e etnie differenti vengono uccise o rapite e molte, tra coloro che riescono a fuggire, restano vittime della tratta della prostituzione o del traffico di organi.

Ogni volta che una di queste donne affida la propria storia, è molto dura accoglierla lasciando ogni tipo di giudizio sospeso. Ci sono donne che vivono sotto gli alberi e vengono scelte con la promessa di un buon lavoro nel paese più vicino e di un futuro migliore per loro e per i figli, non sapendo che accettando quel tipo di proposta le porterebbe verso un traffico illegale di esseri umani senza possibilità di ritorno. Molte di loro diventano vittime di tratta durante il percorso e con il denaro per il viaggio, riescono ad arrivare solo fino a un certo punto per poi ritrovarsi trattenute in queste città di smistamento dove spesso, si lasciano convincere dalla promessa di un lavoro non appena arrivate al paese più vicino. Ma non sarà così. Una delle testimonianze emotivamente più forti, è il racconto di una delle donne accolte nella struttura che ricorda di quando, dopo aver attraversato il deserto a bordo di una Jeep sovraccaricata di persone, si sono ritrovati senza né acqua né cibo e solo dopo settimane si sono fermati ad un pozzo con all’interno cadaveri e acqua putrida ma costretti a bere per non morire disidratati. Molte mamme sono arrivate in struttura in stato di gravidanza e con percorsi terribili e violenti, le stesse madri che in Libia, raccontano di aver visto ragazze che partorivano figli senza vita e quanto queste, non comprendessero il fatto di non poterli seppellire. In struttura è presente un bambino nato in acque libiche e sopravvissuto al viaggio; la referente del centro accoglienza mi ha raccontato di come sono riusciti a capire i suoi traumi attraverso i disegni e con l’aiuto di sua madre: “Lui mi ha insegnato che dalle uova non nascono solo i pulcini ma possono nascere anche dei serpenti; mentre io avevo visto nascere un pulcino, lui aveva visto nascere un serpente.” Per quanto riguarda il percorso scolastico che fanno qui in Italia, i bambini frequentano l’asilo dopo un regolare processo burocratico proseguendo poi al normale percorso didattico, mentre alle madri che hanno un livello di scolarizzazione molto basso, viene insegnato a scrivere inizialmente il proprio nome; un tempo con i registri firmati ogni giorno vedevano come cambiava il loro nome, da principio era una linea poi una X e a poco a poco si trasformava in lettere ed infine una firma per come la intendiamo noi. Era meraviglioso vederle fiere di questa piccola grande cosa; quando le responsabili controllavano se erano tutte presenti in struttura, le mamme facevano notare con soddisfazione che avevano scritto il loro nome. Le donne arrivano al Centro accoglienza sono convinte di trovare finalmente la tranquillità e stabilità da sempre desiderate e di avere raggiunto una sicurezza a lungo termine.

In realtà il progetto accoglienza permette a loro un aiuto iniziale, solo alcune riescono a comprendere che si tratta di una situazione momentanea; una volta uscite dal programma, studiano per avere la possibilità di un’occupazione lavorativa mentre alcune di loro avendo ancora i figli nel paese di origine, hanno urgenza di lavorare fin da subito per poter garantire loro un futuro. Nel loro paese la priorità è lottare per sopravvivere ogni giorno e non si pongono problemi di burocrazie poiché si ritrovano in una società di un paese diverso dal loro con regole e meccanismi differenti. Attualmente vivono bene nella struttura di riferimento perché vengono trattate con dignità e umanità; anche se alcune, vorrebbero già lavorare come infermiere o come OSS ed equiparare i loro studi per dare una mano e poter ripagare così il debito con lo stato. Ho avuto modo di parlare con donne che sono arrivate fin qui per fuggire dal proprio paese e che non avevano come obiettivo iniziale quello di arrivare in Italia; cercavano solo un posto dove poter restare in vita e rimanere al sicuro; lontano da gruppi ribelli al margine della società, che tengono sotto controllo le autorità e lottano per avere norme e leggi proprie. Ci sono state donne sposate con uomini mafiosi che vivevano nel lusso ma sentivano cose che non volevano più sentire e alla fine cercavano di sentirle bene per poter denunciare: “Con lui avevo gioielli, una bella casa e vestiti di classe; ogni cosa che una donna desidera no? ma vivere con un mafioso era come avere una cassa da morto davanti per tutto il tempo, perché quell’organizzazione può distruggere tuo marito, te e i tuoi figli. Adesso se ripenso al mio passato da spettatrice, ti dico che non mi interessa quella ricchezza e quello sfarzo macchiati di sangue, io sono fuggita da tutto questo; voglio solo avere la possibilità di riavere i miei figli e restare in vita. Nel mio paese sono in molti che vogliono guadagnare le cose facilmente; non vogliono studiare, non vogliono un lavoro vero e onesto. Quando qualcuno si presenta con una grossa somma di denaro e ti chiede di fare qualsiasi cosa, tu lo fai perché sei troppo pigro per creare qualcosa di giusto e importate per la tua vita, lo fai e poi ovviamente diventa un’ abitudine. Con quei soldi costruisci una casa, prendi una macchina e apri delle attività ma è tutto non meritato e illegale. Nel vostro paese “bravo” è un cittadino onesto e giusto, chi si comporta bene e fa il proprio dovere, mentre nel mio paese quando dici “bravo” a una persona è per dirgli che è indomabile e ha sangue freddo, che è senza scrupoli e se gli chiedi di fare qualsiasi cosa, non esita neanche un momento. Ti faccio questo esempio per dirti che io non amo la vita facile, a me piace lavorare. Quando sono arrivata in Italia ho trovato persone che mi hanno detto di quanto sono bella e che avrei potuto fare la prostituta ma non era la vita che volevo; io non sono nata per questo. Non so cosa mi accadrà dopo la risposta del tribunale, mi sento un po’ come una bambina che qualcuno prenderà in custodia e magari se ne prenderà cura.”